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Editorale

 

27/02/2007

Chi fa la storia del ciclismo?

Oramai, dopo l'esclusione del Team Unibet.com dai tre grandi giri, è guerra aperta tra UCI e le società che gestiscono il Tour de France, Giro d'Italia e Vuelta di Spagna,; in mezzo, i Teams Pro Tour. In particolare, l'esclusione della Unibet.com dai tre grandi giri, inseriti nel calendario Pro Tour, è contraria alle regole del Pro Tour, regole che gli organizzatori ben conoscevano quando hanno richiesto l'inclusione delle loro corse nel calendario, ovviamente non hanno voluto rischiare gli effetti di una non iscrizione nel calendario. Durante lo scorso Giro d'Italia, Angelo Zomegnan, intervistato a proposito della lotta tra UCI ed organizzatori dei tre grandi giri, ebbe modo di dire: "la stoira del ciclismo non l'ha fatta l'UCI, ma il  Tour de France, il Giro d'Italia e La Vuelta di Spagna". Prendo, quindi, spunto da queste sue parole e da molte imprecisioni lette in giro per fare un pò di chiarezza su chi fa la storia del ciclismo. Per prima cosa diciamo che i  tre organizzatori delle più famose corse a tappe (o meglio quelle più seguite dai media) sono tre Società per Azioni che hanno come fine la creazione di un profitto da distribuire ai propri azionisti. Che questo profitto avvenga attraverso la gestione di una corsa ciclistica a tappe è un fattore marginale. Infatti, non credo che nessuna delle tre società continuerebbe ad investire nel ciclismo se trovasse un modo più profittevole di fare business: gli azionisti non lo permetterebbero. L'UCI, dal canto suo, è tutto tranne che un'azienda che può fallire (come letto da qualche parte); non può fallire per il semplice fatto che non è una società, ma un ente morale per la promozione del ciclismo, senza fini di lucro. Quindi l'UCI ha come fine la promozione del ciclismo, a livello internazionale, niente di più. A livello nazionale le funzioni di promozione del ciclismo sono svolte dalle varie federazioni ciclistiche ed a livello locale dai vari velo club o unioni sportive. Sono tutte associazioni accomunate da due punti fermi: assenza di fini di lucro, promozione del ciclismo. Ovviamente, non è escluso che un'azienda che persegue il profitto non possa, indirettamente, fare del bene al ciclismo; la notorietà dei grandi giri ha promosso il ciclismo a tutti i livelli e lo ha reso più visibile a tutti. Però, poichè non si può pensare solo all'oggi, è impossibile pensare che tutto il nostro sport sia in mano a tre aziende private che possono fare e disfare a piacimento.  Il Pro Tour ha proprio questo fine, riportare il ciclismo in mano ai ciclisti, agli atleti. Perchè la storia del ciclismo non è stata fatta dal Tour o dal Giro, ma dagli atleti che vi hanno partecipato e che l'avrebbero comunque scritta se avessero partecipato ad un'altra manifestazione. Un ciclismo appiattito su tre grandi corse, o poco più, è la morte del ciclismo stesso, non la sua esaltazione. La creazione di tre potentati determina, o determinerà, il vincitore e la creazione dell'eroe, il tutto per i propri interessi, non certamente quelli del ciclismo. L'esclusione di un Team e l'inclusione di altri, meglio graditi agli organizzatori, è solo una prima tappa (già vista in altre occasioni, oppure vi siete dimenticati dei mancati inviti di Mario Cipollini al Tour de France?) di una chiara strategia: noi decidiamo chi corre, quando corre, come corre. Il tutto nel modo più arbitrario possibile. E' questo il ciclismo che vogliamo?

Marcella Crisanti  
 

 

 

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