EditorialeL'ipocrisia di alcuni ed i problemi del ciclismo
Nonostante la pausa invernale e l'imminente avvio della stagione professionistica 2008, la luce dei riflettori non si è certamente spenta sul ciclismo. Purtroppo, mi sembra che si sia parlato poco di ciclismo, soprattutto su molti organi di stampa, e molto di scandali doping. La crisi del ciclismo si riscontra anche nella caduta di interesse degli sponsors verso questa disciplina. Purtroppo, ancora oggi molti gridano, ma pochi agiscono e quando lo fanno lo fanno in malo modo. Fuentes e Santuccione sembra siano stati presi a capro espiatorio dei mali del ciclismo e con loro i ciclisti che consapevolmente o meno (si veda il caso Di Luca) li hanno frequentati. Ma non sono loro gli artefici dei problemi del ciclismo, almeno non gli unici. I Tour di tre settimane non sono organizzati per un atleta “normale”: molti si sono indignati alle dichiarazioni di Fuentes, il grande diavolo del ciclismo, ma non ha detto poi cose così insensate. Da più parti si parla di un ciclismo nuovo, di un ritorno alle origini, ma poi, tutti, non fanno altro che presentare nuove gare dove l'unica novità è il percorso sempre più difficile, sempre più improbabile. La rincorsa ad aumentare i chilometri delle gare ed i dislivelli da superare ha invaso tutto il mondo ciclistico, sia professionistico che non, in una spirale perversa e senza apparente fine. Così, sembra che tutto sia diventato normale e possibile, tappe da oltre 250 km, vette su vette di prima categoria da superare, senza poi parlare dei disagi dei ciclisti che spesso dopo l'arrivo di un grande giro devono subire lunghi trasferimenti prima di giungere in albergo. In questo, alcuni mass media ed alcun appassionati hanno le loro colpe: quante volte si "bolla" una gara o un giro come insignificante solo perché manca la tappa dove un atleta potrebbe mettere il piede a terra sulla nuova terrificante salita? La spettacolarità del ciclismo è proprio unicamente legata alla sofferenza dell'atleta che deve barcollare sotto il traguardo? Credo proprio di no. Certo, le difficoltà dei tracciati non dovrebbero essere una scusa per avvicinarsi al doping, ma un cambio di rotta anche degli organizzatori credo sarebbe auspicabile. Chi lo dice che tappe più brevi non siano spettacolari? Alla Vuelta di Spagna 2007, mediamente le tappe erano ben più corte di quelle di Giro o Tour, ma la spettacolarità e la competizione non è mai venuta meno. Un tempo il doping consisteva in qualche caffè in più, ancora prima in una bella bistecca, ma oggi non sono più quei tempi ed in un mondo di furbi qualcuno ne può sempre approfittare. Ben vengano tutti i controlli antidoping, ma occorre che chi dirige lo sport ciclistico si occupi veramente della salute dei ciclisti. Un limite ai chilometri da percorrere, ai metri di ascensione ed alla durata della gara ci dovrebbe essere, perché molti organizzatori, spinti dai mass media, puntano solo ad attirare attenzione sulle proprie gare ed oggi, sembra, lo si riesca a fare solo con tappe e percorsi massacranti. Fuentes, quando afferma che nessuno si cura della salute dei ciclisti afferma una sacrosanta verità; viene deriso e snobbato, avrà fatto anche del male al ciclismo, ma non dice fesserie. Se esiste Fuentes ed i tanti Fuentes che sono rimasti nell'ombra e continuano ad operare indisturbati, dobbiamo dire grazie anche a certi personaggi che si preoccupano del doping solo quando si vanno a ledere le immagini delle loro manifestazioni. |
