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Editoriale

Basso e la sua storia

La vicenda di Ivan Basso sembra ben lungi dall'essere conclusa, anzi, forse siamo solo all'inizio. Da oltre un anno il forte corridore varesino è fermo, pur senza essere stato dichiarato colpevole di qualche cosa. Da quando è partita l'indagine spagnola "Operacion Puerto" si è fatto il nome di Ivan Basso, ma lui ha sempre negato il suo coinvolgimento, ribadendo di essere un atleta serio e rispettoso delle regole e dei suoi avversari ….  Con questa tesi ha respinto qualsiasi prova gli venisse contestata e proprio per questo un'indagine, forse affrettata, del CONI lo aveva scagionato da tutte le accuse. Ritornato in attività, aveva trovato una nuova squadra che aveva creduto in lui. Sfortunatamente per lui, ma fortunatamente per lo sport ed il ciclismo, le indagini dell'Operacion Puerto sono proseguite e, alla fine, Ivan non ha potuto che ammetere la sua compromissione. L’atleta che fino a poco tempo prima negava di avere un cane di nome Birillo, di conoscere Fuentes, di avere delle sacche di sangue conservate nella clinica del medico spagnolo, ha ammesso, finalmente, le proprie responsabilità. Molti hanno detto che Ivan ha avuto coraggio, ha fatto un bel gesto, addirittura quella prova di coraggio che era mancata a Marco Pantani. Non siamo d'accordo su queste affermazioni. Marco ha sempre dichiarato la propria innocenza, persino sui muri della stanza d'albergo dove è finita la sua vita. Perché mai si sarebbe dovuto dichiarare colpevole di un fatto che non aveva commesso? Lasciamolo riposare in pace, almeno ora. La vera storia di Marco, come realmente sono andati i fatti, nessuno la saprà mai, ma per i suoi tifosi, quelli veri che gli sono rimasti sempre vicino, sarà sempre innocente, così come lui si dichiarava. Per gli altri sarà sempre colpevole, ma almeno portino delle prove vere. Basso non ha avuto coraggio, se lo avesse avuto, appena si fece il suo nome, durante lo scorso Giro d'Italia, avrebbe dovuto ammettere le sue responsabilità, cosa che non ha mai fatto, nè al Giro, nè quando gli è stato impedito di prendere il via al Tour de France 2006 (occasione in cui ebbe modo di dichiarare che qualcuno avrebbe pagato per la sua ingiusta esclusione). Messo con le spalle al muro non ha potuto più negare la sua colpevolezza, ed ha giocato l'unica carta che poteva giocare: collaborare con la procura antidoping, nella speranza che non gli venga inflitta la giusta sanzione, cioè due anni di squalifica più altri due anni di interdizione dalle gare Pro Tour: la fine dalla sua carriera di ciclista. Ma dalle sue iniziali dichiarazioni Ivan non è passato ai fatti, ammettendo solo che le sacche di sangue sono le sue e nulla più, davvero poca cosa per chi pochi giorni prima aveva annunciato che avrebbe detto tutta la verità. Così facendo Ivan ha perso, agli occhi di molti, ogni credibilità; quale è la verità? Perché dobbiamo credere a queste nuove dichiarazioni di un nuomo che per un anno ha mentito a tutti? Così facendo, forse, Ivan fa più male a se stesso ed alla sua carriera di quanto non possano fargli quattro anni di assenza dalle gare Pro Tour. Non crediamo che i suoi tifosi lo abbiano abbandonato, anzi; allora forse è meglio che dica veramente come stanno le cose, che faccia i nomi che sa, quali sono stati i suoi contatti e quali sarebbero dovuti essere, su quali complicità poteva contare. Così, veramente, dimostrerebbe di essere quella persona seria e corretta che ha sempre sostenuto di essere, anzi, ancora di più: ammettere i propri errori e potrebbe porvi rimedio, appannaggio, questo, di pochi grandi uomini. Speriamo che Ivan, dopo aver dimostrato di essere un grande campione dello sport, dimostri di essere anche un grande uomo.    

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