10/05/2008
Il “Cuore
d’Atleta”- “Oltre i limiti della natura…”
Abbiamo ricevuto dal Dott.
Luigi Ferritto, a scopo divulgativo, un importante ed autorevole
contributo sul "Cuore d'Atleta" che pubblichiamo integralmente.
Questo articolo va ad integrare ed approfondisce in modo
minuzioso l'argomento già trattato in data 8 ottobre 2007 (Il
cuore d'atleta).
Il “Cuore
d’Atleta”
In questi ultimi decenni la cultura sportiva ha subito
notevoli cambiamenti. Gli atleti agonisti con importanti
ambizioni, infatti, seguono, per la preparazione, rigorose
schede d’allenamento che comprendono sedute giornaliere di più
ore e che portano a vari adattamenti sia a carico dei muscoli
scheletrici, sia a carico del sistema cardiovascolare: proprio i
cambiamenti che avvengono su quest’ultimo sono conosciuti come
sindrome del “cuore d’atleta”(1). Il lettore, deve però prestate
attenzione perché, come su detto, questi adattamenti fisiologici
sono propri di atleti di elevato livello agonistico e non di
atleti di basso livello o dediti ad attività ludico-ricreativa,
dove l’anatomia cardiovascolare non differisce molto dal
soggetto sedentario (2).

Adattamenti Cardiaci
Gli adattamenti cardiaci sono da sempre i più discussi e
studiati, a causa della importanza vitale che ha quest’organo. I
lunghi e prolungati allenamenti provocano dei cambiamenti
morfologici cardiaci tra cui l’incremento delle dimensioni delle
camere cardiache sinistre, del setto interventricolare, della
massa e degli apparati valvolari. I meccanismi che provocano
modificazioni della morfologia cardiaca negli atleti sono
molteplici, ma il tipo di sport ha una particolare importanza:
gli sport di resistenza (ciclismo, sci di fondo, canottaggio e
canoa) hanno il maggiore impatto nell’ingrandire la cavità ed
aumentare lo spessore delle pareti del ventricolo sinistro. Gli
atleti praticanti queste discipline presentano dimensioni delle
pareti e/o delle cavità ventricolari al di sopra dei limiti
normali, tanto da simulare una condizione patologica, quale la
cardiomiopatia ipertrofica (quando lo spessore delle pareti è >
13 mm) o la cardiomiopatia dilatativa (quando la cavità
ventricolare sinistra è > 60 mm). Il meccanismo causale di un
così importante rimodellamento cardiaco è rappresentato
dall’aumento della portata cardiaca (che durante sforzo supera i
30 l/min) e della pressione arteriosa sistolica (che durante
sforzo supera i 200 mmHg).

La dilatazione della cavità
ventricolare sinistra negli atleti, soprattutto quelli
praticanti sport di resistenza, può arrivare sino a 70 mm, che
verosimilmente rappresenta il limite fisiologico
dell’ingrandimento indotto dall’allenamento. L’ingrandimento
della camera ventricolare avviene in modo globale ed omogeneo,
per cui la normale geometria ventricolare non è alterata, così
come lo spessore delle pareti è normale o aumentato. Nella
cardiopatia dilatativa, anche se le dimensioni assolute della
cavità ventricolare possono presentare valori simili all’atleta,
non raramente il diametro traverso diastolico supera i 70 mm ed
è associata ad un rimodellamento geometrico ventricolare, che
tende ad assumere un aspetto globoso. Gli atleti praticanti
sport di potenza (sollevamento pesi o lanci) presentano un
ispessimento delle pareti ventricolari, che è conseguenza del
carico di pressione cui vanno incontro durante l’allenamento (la
pressione sistolica supera abitualmente i 200 mmHg, talora anche
i 300 mmHg), mentre la cavità ventricolare sinistra non si
modifica sensibilmente.

Generalmente, l’ispessimento delle
pareti ventricolari negli atleti ben allenati non supera i 15-16
mm, che rappresentano il limite dell’ipertrofia fisiologica
indotta dall’allenamento. Nel cuore d’atleta la distribuzione
dell’ipertrofia è simmetrica e regolare anche se i diversi
segmenti del miocardio ventricolare possono non essere ispessiti
in modo uguale (il setto anteriore mostra generalmente il
massimo ispessimento) ma le differenze sono modeste e
nell’insieme l’ipertrofia risulta simmetrica ed omogenea. Al
contrario, nei pazienti con cardiopatia ipertrofica,
l’ipertrofia è tipicamente asimmetrica e, anche se il setto
interventricolare è la regione più spesso coinvolta
dall’ipertrofia, esiste una eterogeneità morfologica e non sono
rari i casi in cui il massimo ispessimento interessa solo altri
segmenti del ventricolo. Gli atleti praticanti sport di squadra,
infine, presentano variazioni della morfologia cardiaca
usualmente più lievi, a ragione del carico emodinamico più
modesto (3). Il sesso ha importanza nel determinare il grado di
rimodellamento cardiaco. Le atlete, quando paragonate ai maschi
della stessa età e praticanti le stesse discipline sportive,
presentano dimensioni minori sia della cavità (circa - 10%) che
dello spessore delle pareti ventricolari (circa - 20%). Queste
differenze sono legate ad una serie di fattori, tra cui i
principali sono la taglia corporea (e la percentuale di massa
magra) mediamente più piccole nelle donne, l’aumento più modesto
della portata cardiaca e della pressione arteriosa sistolica
durante lo sforzo e, non ultimo, il più basso livello di ormoni
androgeni naturali. Le differenze nella morfologia cardiaca tra
atleti ed atlete hanno notevole importanza clinica: infatti gli
uomini possono sviluppare una ipertrofia delle pareti
ventricolari sino a 15 o 16 mm, mentre al contrario le donne
raramente superano gli 11 mm. Pertanto, il problema della
diagnosi differenziale tra “Cuore d’Atleta” e cardiomiopatia
ipertrofica non si pone usualmente nelle atlete (4,5,6). La
frazione di eiezione ventricolare sinistra del “Cuore d’Atleta”,
misurata ecocardiograficamente o con altre metodiche, risulta
uguale o leggermente inferiore alla norma; al contrario, la
funzione diastolica è nettamente aumentata e migliorata negli
atleti, tanto che il riempimento ventricolare appare già
completo in protodiastole e ciò sembra strettamente associato ad
un incremento delle dimensioni e delle performance cardiache.
Caratteristiche del ventricolo sinistro nel “Cuore d’atleta”
sono delle trabecole fibrose o fibro-muscolari tese tra le sue
pareti, definite false corde tendinee per differenziarle dalle
vere corde: generalmente sono tese tra setto interventricolare e
parete laterale, in vicinanza dell’impianto dei muscoli
papillari. Anche l’atrio sinistro, che riceve il sangue
ossigenato dai polmoni, non è esente da modificazioni
morfologiche, infatti negli atleti di fondo non è difficile
evidenziare un ingrandimento superiore alla norma (40 mm) (7).
Analogamente le camere cardiache di destra subiscono un aumento
proporzionato del volume.

Un altro aspetto importante è il
riscontro relativamente frequente negli atleti di rigurgiti valvolari “fisiologici” possibili in corrispondenza di tutte e
quattro le valvole cardiache, ma con frequenza estremamente
variabile e in assenza di alterazioni strutturali (8). La
prevalenza dei questi rigurgiti sembra legata all’aumentare del
tempo di allenamento, sembra associata al fisiologico
ingrandimento delle camere cardiache e generalmente sono senza
alcun significato emodinamico (9,10,11). Raramente un
ecocardiografista esperto non è in grado di effettuare una
diagnosi differenziale tra una insufficienza valvolare
fisiologica e patologica.

Nelle
insufficienze “fisiologiche”:
- è
assente qualsiasi alterazione strutturale valvolare,
- non
si osservano fenomeni di turbolenza ed aliasing al Doppler,
-
l’area di rigurgito è limitata alla zona mediana immediatamente
sottovalvolare, con rilievo del segnale Doppler fino e non oltre
a 1-2 cm da essa.
All’esame fisico, un soffio meso-sistolico o (olo)
sistolico, di intensità 1-2/6 può essere ascoltato fin nel 50%
degli atleti ( 12): probabilmente riflette il flusso non
laminare attraverso le valvole aortica e polmonare, secondario
all'aumento della gittata sistolica e spesso diminuisce
d'intensità al passaggio dalla posizione supina a quella
ortostatica (13). Recentemente è stato suggerito che il rimodellamento cardiaco possa essere regolato anche da fattori
genetici e costituzionali. Sebbene tale ipotesi sia assai
attraente, al momento esiste una conferma solo per quanto
riguarda l’enzima ACE (che controlla il livello della pressione
arteriosa e può presentarsi nelle isoforme DD, II e ID) ed altri
enzimi del sistema renina-angiotensina-aldosterone. E’ stato
dimostrato che i soggetti che hanno il pattern ACE di tipo DD
sviluppano una massa ventricolare sinistra maggiore in confronto
a quelli con pattern II (14).

Adattamenti
Periferici
È logico che anche il sistema circolatorio, costituito da
vasi arteriosi e venosi, debba adattarsi a questa nuova realtà.
In altri termini, la circolazione deve essere potenziata al fine
di consentire lo scorrimento di flussi sanguigni (equivalenti al
traffico automobilistico) così elevati senza “rallentamenti”. A
seguito dell’allenamento di resistenza, si ha un aumento delle
arterie coronarie che nutrono il cuore. Il cuore dell’atleta,
aumentando il suo volume e la massa muscolare, ha bisogno di un
maggior rifornimento di sangue e di una maggiore quantità di
ossigeno. L’aumento del calibro delle coronarie (i vasi che
nutrono il cuore) costituisce un altro degli elementi che
differenziano l’ipertrofia fisiologica del cuore da quella
patologica legata alle malattie cardiache congenite o acquisite.
I vasi arteriosi e venosi di medio e grosso calibro aumentano le
loro dimensioni (“vasi d’atleta”): questo fenomeno è
particolarmente evidente nella vena cava inferiore, il vaso che
riporta al cuore il sangue proveniente dai muscoli degli arti
inferiori, utilizzati molto nei vari sport. A carico della
microcircolazione, gli adattamenti più importanti riguardano
naturalmente i muscoli (particolarmente i muscoli più allenati).
I capillari, attraverso i quali avvengono gli scambi tra sangue
e muscolo, sono distribuiti in maggior misura attorno alle fibre
muscolari rosse, lente, a metabolismo aerobico (fibre ossidative),
che hanno bisogno di una maggiore quantità di ossigeno (15).
Nell’atleta di resistenza con l’allenamento si realizza un
aumento in assoluto del numero di capillari e del rapporto
capillari / fibre muscolari. Tale fenomeno è conosciuto con il
nome di capillarizzazione e grazie ad esso, le cellule muscolari
vengono a trovarsi nelle migliori condizioni per sfruttare a
pieno le aumentate disponibilità di ossigeno e substrati
energetici. L’aumento della superficie capillare e della
capacità di vasodilatazione delle arteriole muscolari, fa sì che
i muscoli riescano ad accogliere quantità di sangue veramente
notevoli senza che aumenti la pressione.
Training e Detraining
In numerosi studi, la valutazione ecocardiografica
dell’ipertrofia ventricolare sinistra ha dimostrato che, sia nel
corso del periodo di allenamento (training), che dopo la sua
interruzione (detraining), possono verificarsi modificazioni
molto rapide delle dimensioni e dell’ipertrofia del ventricolo
sinistro. In tempi relativamente brevi, sia i fondisti
(osservati per 7 settimane), che i nuotatori (osservati per 10
settimane), hanno presentato rapide modificazioni sia delle
dimensioni che dell’ipertrofia ventricolare, con aumenti delle
dimensioni cavitarie sinistre sino a 15 mm al termine dello
studio. Durante la fase di detraining, sia i nuotatori che i
fondisti hanno evidenziato un progressivo ridimensionamento
delle dimensioni telediastoliche delle cavità cardiache
sinistre. Non è ancora accertato se le più evidenti
modificazioni osservate negli atleti di resistenza progrediscano
rapidamente, ma è possibile che, dopo un lungo periodo di
adattamento, tali modificazioni regrediscano molto più
lentamente (16).
Valutazione
del ritmo cardiaco dell’atleta
Lo studio dell’elettrocardiogramma dell’atleta ha sempre
appassionato i cardiologi fin dalle prime interpretazioni
dell’elettrocardiografia. Molte sono le modificazioni
dell’elettrocardiogramma descritte negli atleti e spesso
considerate innocente effetto dell’allenamento; tuttavia alcune
modificazioni, quali l’aumento marcato di voltaggio delle onde R
o S, un sopraslivellamento del tratto ST, l’inversione dell’onda
T, la presenza di onde Q profonde, suggerisce la presenza di una
cardiomiopatia ipertrofica o cardiomiopatia aritmogena del
ventricolo destro.

Al momento attuale il significato clinico di
tali alterazioni in atleti peraltro sani, non è ancora ben
definito, non è chiaro cioè se tali anomalie ECG siano la prima
espressione di una cardiomiopatia che si svelerà in un tempo
successivo, oppure siano semplice espressione del rimodellamento
morfologico cardiaco indotto dall’allenamento. In realtà solo
una piccola percentuale di atleti che mostrano alterazioni
marcate dell’ ECG presentano, alla verifica ecocardiografica,
anomalie mentre la maggioranza sono risultati “falsi
positivi”(17) . Numerosi sono stati gli studi epidemiologici
condotti sulla prevalenza delle diverse aritmie cardiache negli
sportivi. Tra le aritmie più frequenti negli atleti rispetto
alla popolazione sedentaria si evidenzia: le bradicardie
sinusali, i ritardi di conduzione atrioventricolare e le
tachiaritmie.
La
Bradicardia sinusale
La bradicardia sinusale è l’espressione peculiare
dell’elettrocardiogramma dello sportivo ed è talora
caratterizzata da valori a riposo anche inferiori ai 40 bpm. E’
più frequente negli atleti praticanti sport di resistenza ad
elevato livello agonistico. Generalmente, la bradicardia
sinusale, se non accompagnata da sintomatologia sincopale e se
normalizzata dall’esercizio fisico, è inquadrata nel cosiddetto
adattamento “ipervagotonico” all’allenamento fisico intenso e,
nella maggioranza dei casi, non pone problemi di idoneità allo
sport agonistico intenso. Molti studi hanno documentato che un
allenamento intenso e duraturo è in grado di modificare
l’equilibrio simpatovagale in senso vagale, inducendo la
predominanza della componente parasimpatica. Tale effetto è
particolarmente evidente in quelle regioni cardiache che
maggiormente risentono della prevalenza del tono vagale come il
nodo del seno ed il nodo atrioventricolare. E’ probabile che
alcune bradicardie molto marcate siano l’espressione anche di
una componente genetico-costituzionale e vadano seguite
attentamente nel tempo. Le bradicardie estreme dell’atleta
devono essere distinte dalle bradicardie espressione di una
iniziale disfunzione sinusale, soprattutto in età adulta e
avanzata, nella quale l’evenienza di una malattia del nodo del
seno è cronologicamente più probabile.
Ritardi della
conduzione atrioventricolari
L’ipervagotonia indotta dall’allenamento può essere
considerata il primum movens patogenetico anche per queste forme
di bradiaritmia. Si tratta generalmente di blocchi
atrioventricolari di 1° grado o di 2° grado tipo Mobitz 1, con
espressione tipicamente notturna e con completa normalizzazione
dopo test da sforzo massimale o dopo periodo di disallenamento.

Una particolare attenzione deve essere posta ai casi di blocco atrioventricolare già evidente in giovane età che non si
associano ad un intenso condizionamento fisico o ai casi
presenti in età adulta, soprattutto se si tratta di blocco
atrioventricolare di grado avanzato od associato a blocco di
branca.
Tachiaritmie-Aritmie
sopraventricolari
La prevalenza dei battiti prematuri sopraventricolari
nell’atleta è molto variabile (intorno al 30%) da casistica a
casistica e generalmente non assume rilevanza clinica né
compromette l’idoneità all’attività sportiva agonistica. Di
interesse maggiore sono le varie forme di tachicardia
parossistica, di flutter o di fibrillazione atriale
parossistica. Nello sportivo tali tachiaritmie rappresentano un
importante problema, in seguito al cardiopalmo che provocano,
soprattutto quando tale sintomo accade durante lo sforzo fisico.
Per fortuna questi episodi sono molto rari nello sportivo con
una prevalenza del 1%. Il sintomo del cardiopalma nell’atleta è
sostenuto dalle seguenti aritmie: tachicardia da rientro
atrioventricolare (50%); fibrillazione atriale (25%); flutter
atriale (13%); tachicardia da rientro atrioventricolare da via
anomala occulta e tachicardia atriale (6,2%).
Aritmie
ventricolari
Le aritmie ventricolari nell’atleta apparentemente sano
rappresentano una delle tematiche più controverse in ambito
della cardiologia dello sport. Tale problematica può essere
riassunta in alcuni punti fondamentali:
- la prevalenza di battiti ectopici ventricolari
isolati nello sportivo è molto frequente stimabile tra il 35% e
il 50%.
- È spesso difficile identificare un substrato
organico come causa dell’aritmia, anche nelle forme più maligne.
- Non esistono ancora studi longitudinali per poter
stabilire un follow-up adeguato.

Sono sempre più frequenti gli studi che documentano la
presenza di un substrato organico associato all’aritmia come
minime anomalie a carico dell’infundibolo ventricolare destro,
miocarditi in fase di remissione, cardiopatia aritmogena del
ventricolo destro ed altre forme minori di cardiopatia. In tal
senso lo sforzo fisico è generalmente inquadrabile come fattore
scatenante od aggravante l’aritmia.
Sulla base di queste osservazioni è utile proporre un iter
valutativo dell’atleta con aritmie ventricolari, articolato nei
seguenti punti:
- scrupolosa ricerca di una cardiopatia organica
associata all’aritmia,
- attento studio aritmologico degli atleti
sintomatici (per sincope o cardiopalmo),
- cautela nell’indicazione e prescrizione di
metodiche invasive negli atleti aritmici asintomatici, nei quali
manca un vero end-point elettrofisiologico, a causa della
difficoltà di attribuire ad una aritmia inducibile,
potenzialmente aspecifica, un rischio reale di morte improvvisa,
- vale la pena sottolineare che tra le forme più
pericolose rientrano proprio quelle aritmie ventricolari che,
per assenza di ripercussioni sulla performance, consentono di
praticare lo sport ad alto livello, esponendo l’atleta ad un
reiterato rischio.
Negli atleti andranno considerate in modo benigno quelle
forme “occasionali” di aritmie ventricolari, non ripetibili e
non associate allo sforzo fisico (18) .
Screening
Cardiologico Preventivo
L’esercizio fisico, come su ampiamente descritto, può
scatenare eventi acuti cardiovascolari, tra i quali i più
temibili sono la morte improvvisa e le sindromi coronariche
acute. La probabilità che si verifichino eventi cardiovascolari
durante esercizio fisico è più elevata nei pazienti affetti da
cardiopatia, nei soggetti in età adulta/avanzata, in quelli
sedentari e con fattori di rischio cardiovascolare e quando
l’attività fisica è praticata ad intensità elevata. La
probabilità, invece, è minore quando l’attività fisica è
praticata a bassa intensità e nei soggetti che si allenano
regolarmente. Il meccanismo attraverso cui l’attività fisica
abituale esercita questo effetto protettivo nei confronti degli
eventi acuti cardiovascolari ed in particolare della morte
improvvisa, è legato probabilmente ad una maggiore stabilità
elettrica del miocardio, con riduzione del rischio di aritmie
ventricolari fatali. Allo scopo di ridurre il rischio di eventi
cardiaci avversi, quindi, risulta importante eseguire un
adeguato screening preventivo ed avviare i soggetti ad un
graduale e progressivo condizionamento fisico, soprattutto se
hanno cardiopatia nota, età avanzata, o fattori di rischio
coronario (19). Ogni individuo, quindi, che si accinge ad
iniziare una attività fisica regolare, dovrebbe essere
sottoposto, preventivamente, ad una attenta valutazione
cardiologia che deve essere ancora più accurata in caso di
atleti, visto i grossi carichi di lavoro effettuati. E’ pensiero
comune che attraverso un adeguato screening preventivo, si possa
ridurre la probabilità di eventi cardiovascolari avversi, in
modo da godere dei benefici dell’attività fisica senza incorrere
nei rischi ad essa associati. Scopo dello screening preventivo è
quello di scovare l’esistenza di cardiopatie clinicamente
silenti in soggetti apparentemente sani, nonché in caso di
cardiopatia clinicamente accertata, stratificare il rischio
associato alla pratica dell’attività sportiva ed attivare gli
interventi terapeutici necessari (20).
Conclusioni
Negli ultimi anni si è verificato un enorme incremento
della popolarità di molti sport. Ne è derivato un aumento del
numero di soggetti che giungono all’osservazione del medico
presentando gli effetti cardiovascolari dell’allenamento. La
conoscenza delle modificazioni cardiovascolari negli atleti è
essenziale per evitare erronee diagnosi di cardiopatia.
Dott. Luigi
Ferritto
Dipartimento
di Medicina
Generale
Ambulatorio
di Fisiopatologia dello
Sport
Clinica
“Athena” Villa dei Pini
Piedimonte
Matese (CE)
e-mail:
luigiferritto@email.it sportandsearch@email.it
Un
ringraziamento particolare al Dott. Luigi De Risi, divisione di
Cardiologia UTIC, ospedale A.G.P. di Piedimonte Matese (CE).
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4) A.
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5) Pelliccia A, Maron BJ, Spataro A, Proschan MA, Spirito
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8) P.
Zeppilli “L’ecocardiografia nello sportivo” da Trattato di
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12) S. Iliceto, J.R.T.C. Roelandt, G.R. Sutherland, D.T.
Linker in “Cardiac Ultrasound”cap. 89 Ecocardiografia nello
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13) Da
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14)
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15) R.
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16) S.
Iliceto, J.R.T.C. Roelandt, G.R. Sutherland, D.T. Linker in
“Cardiac Ultrasound”cap. 89 Ecocardiografia nello studio del
“cuore d’atleta” L.M. Shapiro.
17) A.
Pelliccia “la cardiologia dello sport attualità e prospettive”
3° convegno Mediterraneo di Medicina dello Sport, Trapani.
18) A.
Biffi, A. Pelliccia in “Reperti strumentali normali e patologici
negli atleti d’elite” da sz. 19 cap. “Cardiologia dello sport”
da “Trattato di Cardiologia” volume 3° a cura dell’ ANMCO.
19) F.
Giada,R. Carlon in “La prescrizione dell’esercizio fisico in
ambito cardiologico”.
20) F.
Giada,R. Carlon in “La prescrizione dell’esercizio fisico in
ambito cardiologico”.
Immagini
tratte da “Atlas of echocardiography”.